Dal PNRR al Dibattito pubblico sulle grandi opere infrastrutturali: la partecipazione di cittadini e cittadine in Italia dà fastidio?

Il Rapporto conclusivo sul Dibattito pubblico relativo alla "Gronda" di Genova in cui emersero più volte timori sul Ponte Morandi.

Il Dibattito pubblico tradito

L’Italia, pervicacemente, continua su un percorso di esclusione di cittadine e cittadini da processi decisionali critici rispetto al proprio futuro. Mentre altri Paesi aprono sempre più le porte del governo alle persone, la classe dirigente italiana si affanna a chiuderle. Ponendo così le precondizioni per il fallimento dei suoi progetti. 

Tutto parte dall’idea fallace che far partecipare le persone determini una perdita di tempo inutile per la rapida realizzazione di progetti che pochi credono essere decisivi per lo sviluppo del Paese o dei propri, più o meno legittimi interessi economici. Meno se ne sa in giro, più veloci si va, si pensa. E’ questa l’agenda nascosta ed inconfessabile di molta classe dirigente italiana?

La domanda è lecita alla luce del recente decreto Semplificazioni che prevede un drastico taglio dei tempi del Dibattito Pubblico sulle grandi opere infrastrutturali legate al Piano di Ripresa e Resilienza. Con la consueta giustificazione del fatto che “l’Europa ce lo chiede” e che si deve essere rapidi nello spendere le risorse, si pretende che un processo decisionale complesso ed articolato venga realizzato in 30 giorni. 

Ora, non occorre essere degli esperti di democrazia deliberativa per rendersi conto che in un mese, se si deve spiegare a molte persone un progetto e far maturare in esse una posizione equilibrata per poi accompagnarle ad esprimere delle raccomandazioni a riguardo, si fa poco o niente. Più ragionevoli i tempi del Dibattito Pubblico ordinario, di quattro più due mesi ottenibili in caso di comprovata necessità. 

Si aspetta a questo punto una presa di posizione chiara dalla Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico, istituita anche in Italia – sulla scorta della pionieristica istituzione francese – con il decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del 30 dicembre 2020, n. 627.

La Commissione, infatti “intende essere “un modello di democrazia partecipativa, relativamente agli interventi infrastrutturali di maggiore rilevanza nel Paese.

Obiettivi della Commissione sono:


1.    Rendere trasparente il confronto con i territori sulle opere pubbliche, attraverso  procedure che garantiscano il coinvolgimento delle comunità interessate;
2.    Migliorare la qualità delle progettazioni delle opere pubbliche di grande rilevanza;
3.    Semplificare l’esecuzione dell’opera attraverso scelte ponderate, al fine di ridurre l’aggravio dei contenziosi”

E’ evidente in questo caso che il termine dei 30 giorni incide sui tutti e tre gli obiettivi fatti propri dall’organismo oltre che su tutti gli standard di qualità dei processi partecipativi sanciti da organismi internazionali come l’OCSE ed, in generale da letteratura scientifica e prassi professionale consolidate. 

Un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che esclude la partecipazione di cittadine e cittadini

Ma è lo stesso PNRR ad operare in aperta violazione di leggi dello Stato che tutelano la partecipazione diretta delle persone, in particolare in campo ambientale. E’ per esempio il caso della legge Legge 16 marzo 2001, n. 108 che recepisce nell’ordinamento italiano la Convenzione di Aarhus. La Convenzione prevede esplicitamente informazione e partecipazione diretta dei cittadini e delle cittadine a piani, programmi, progetti che modifichino l'ambiente naturale. Altrettanto si può dire a proposito della legge 9 gennaio 2006, n. 14 che recepisce ed esegue in Italia la Convenzione europea sul paesaggio, stipulata a Firenze il 20 ottobre 2000. Da ricordare inoltre, che numerose amministrazioni locali italiane, stipulando la Carta di Aalborg hanno assunto specifici ed inderogabili impegni nel coinvolgere la cittadinanza nei processi decisionali in cui è in gioco la modifica dell’ambiente. Nessun coinvolgimento sostanziale si è visto in Italia durante i processi decisionali che hanno portato all’elaborazione del Piano ed anche dal Parlamento sono emerse voci di dissenso rispetto a procedure frettolose e poco trasparenti di approvazione.

Un atteggiamento che non pagherà

L’Italia è e resta, comunque, uno Stato di diritto. Per questo motivo, sia pure con evidente asimmetria di accesso alla giustizia amministrativa e penale da parte delle diverse parti in causa, chiunque ritenga lesi i propri diritti di partecipazione – singolo o organismo associativo – potrà ricorrere ad essa. Ed è esattamente questo lo scenario che si presenta per l’implementazione del PNRR. Cittadini e cittadine, associazioni, comitati non coinvolti a sufficienza nei processi decisionali su progetti che non condividono matureranno (ulteriore, se non bastasse) sfiducia nelle Istituzioni e daranno battaglia legale. 

I processi attuativi, così, subiranno degli inevitabili ma prevedibilissimi stop. In fondo è scritto sui manuali della sostenibilità che la sua dimensione sociale è centrale. Ed è un errore grossolano ritenere che l’urgenza della ripresa economica possa far scordare alle persone, o almeno a quelle più sensibili, informate e battagliere, il valore della tutela dell’ambiente che le circonda, molto forte e radicato. 

Andare avanti senza tenere in debito conto la partecipazione dei cittadini e delle cittadine porterà immensi sprechi di risorse progettuali ed una moltiplicazione esponenziale dei conflitti sociali. Ma davvero serve questo alla ripartenza del Paese?