Uniamo le forze per la giustizia sociale, ambientale e economica - l'appello di Fridays For Future Sassuolo all'assemblea di EUMANS

Pubblichiamo l'intervento di Alessio Bastai di Fridays for Future Sassuolo intervenuto durante l'assemblea italofona di EUMANS a Modena "Riattiviamo la democrazia con Marco Cappato". Puoi riascoltare la registrazione di tutto l'incontro sul canale youtube di EUMANS. 

Piacere, sono Alessio Bastai, membro del movimento Fridays For Future, nello specifico milito nel gruppo locale di Fridays For Future Sassuolo, Emilia Romagna, importante città della provincia di Modena e del distretto ceramico.

Una delle domande di questa giornata pre-congressuale di Eumans è:

“Come difendere la ricerca scientifica e godere dei suoi progressi, come conquistare nuovi diritti e libertà per tutti?”

Parliamo dunque di diritti.

Credo fermamente che bisogni parlare solo se vale quanto lo spazio che si sta togliendo ad altri.

Per questo come gruppo locale di Fridays For Future ci tenevamo a dare voce ad alcuni di quei diritti e di quei problemi che purtroppo vengono affrontati marginalmente anche nella maggior parte degli ambienti progressisti.

Molti di noi hanno già sentito parlare di eco-ansia.

L’eco-ansia, o depressione climatica, è stata definita dall'APA (American Psychological Association) come un disturbo psico-fisico che corrisponde alla “paura cronica del disastro ambientale“. Deve fare riflettere il fatto che questo termine, fino a qualche decennio fa, neanche esistesse, mentre ora è diffuso a macchia d’olio.

D’altronde, la crisi climatica sta stravolgendo il mondo per come lo conosciamo oggi, creando nuovi scenari che non avevamo mai dovuto affrontare prima, collegati anche alla salute mentale.

Le statistiche dimostrano che i soggetti maggiormente esposti sono i giovani della generazione Z, la mia generazione, tra quelle anche più informate e attive riguardo la crisi ambientale.

Diversi studi e articoli hanno indagato l’eco-ansia nei giovani, il loro pessimismo e la loro vulnerabilità, soprattutto in relazione alla percezione del fallimento delle risposte politiche e istituzionali e della situazione attuale.

Delle ricerche hanno infatti dimostrato come il 45% di chi ha tra i 16 e 25 anni soffra di questo disturbo, di eco-ansia. Addirittura sono stati fatti studi su bambini e bambine, che hanno condiviso le loro osservazioni e le loro esperienze sul degrado ambientale e sulle catastrofi naturali. Tra le loro testimonianze vengono descritti danni e pregiudizi che ciò sta causando nelle loro vite. Ben l'83% delle bambine e dei bambini di 15 Paesi diversi (Italia compresa), ovvero 4 su 5, afferma di essere quotidianamente testimone degli effetti della crisi climatica o delle disuguaglianze sul mondo che li circonda, o di entrambi. In uno studio condotto in Italia l’84% degli intervistati ha dichiarato di osservare un peggioramento nel benessere mentale di bambine, bambini e adolescenti (Come ansia, depressione e stress) in relazione ai cambiamenti climatici e alle diseguaglianze.

Come Fridays For Future abbiamo inoltre collaborato a lanciare la prima analisi completa del rischio climatico dal punto di vista di un bambino. Lo studio classifica ipaesi in base all’esposizione dei bambini agli shock climatici e ambientali, come cicloni e ondate di calore, nonché alla loro vulnerabilità a tali shock, in base al loro accesso ai servizi essenziali. Il rapporto ha rilevato che circa 1 miliardo di bambini, quasi la metà dei 2,2 miliardi di bambini del mondo, vive attualmente in uno dei 33 paesi classificati come “estremamente a rischio”.

Di fatto una delle conseguenze principali della crisi climatica sono gli eventi estremi, basta osservare il nostro paese. Nell’ultimo decennio in Italia si sono verificati 1318 eventi estremi, un numero in aumento. Eventi estremi che non solo hanno portato decine di morti e instabilità sociali, ma che hanno fatto perdere all’Italia miliardi di euro. Ad esempio, in soli 7 anni il danno economico provocato solo da frane e alluvioni in Italia è stato quasi di 3 miliardi all'anno.

Come detto prima, il 45% di chi ha tra i 16 e 25 anni soffre di eco-ansia. Alcuni studi suggeriscono addirittura più del 60%. Il nostro gruppo locale Fridays For Future

Sassuolo ha esattamente una media di questa età. Come gruppo di attivisti e attiviste andiamo dai 13 ai 20 anni circa, una media di 16 anni. La stessa fascia di età a cui viene detto e che sa di essere l’ultima e unica ad avere la possibilità di salvare la razza umana così come la conosciamo. Ancora ci chiediamo perché ci sia una tale epidemia di malattie mentali tra le generazioni che vivono oggi?

Il tema della salute mentale verrà sicuramente trattato meglio nell’assemblea del 15 Ottobre di questo congresso, ma come movimento ambientalista ci tenevamo a fare da megafono per questo argomento estremamente presente. I dati dovrebbero fare riflettere. E noi che oggi siamo qui a parlare siamo fortunati rispetto a molti altri.

Perché chi sta lottando per la propria sopravvivenza, fisica e mentale, non può occuparsi realmente di questo, non può occuparsi di politica e non può occuparsi di attivismo. Perché è impegnato a sopravvivere.

So bene come molti del nostro gruppo e della nostra età si sentono. Personalmente mi sento esausto, frustato, disilluso spesso, a volte disperato. Abbiamo come generazione questo peso che ci grava sulle spalle che non abbiamo mai chiesto.

Non facciamo attivismo perché non abbiamo hobby. Facciamo attivismo perché sappiamo che dalla nostra azione dipende la sopravvivenza della nostra specie.

E come può un giovane, un ragazzo, una ragazza, davanti a questo dato di fatto, non crollare? Un giovane che senza un supporto da parte della società, dalla comunità, dalle istituzioni e dai propri leader di governo si ritrova solo a gestire la propria sanità mentale in questo periodo storico? D’altronde, nel nostro paese la sanità mentale non è considerata una priorità, come i dati mostrano chiaramente.

Nonostante, soprattutto dopo la pandemia, sia chiaro come queste malattie invasino le nuove generazioni, addirittura partendo in età pre-adolescenziale.Soltanto nell’ultimo anno ho visto il nostro gruppo locale di Sassuolo lavorare costantemente per la nostra città, nonostante l’età che troppo spesso viene usata come etichetta e giustificante. In un solo anno siamo andati in decine di scuole, elementari, medie e superiori per insegnare e sensibilizzare. Abbiamo organizzato eventi, partecipato a dibattiti con movimenti, associazioni, istituzioni e aziende.

Abbiamo partecipato ad un festival cinematografico e abbiamo organizzato un festival ambientale. Abbiamo progettato scioperi, pulizie e numerose attività. Se nessuno di noi può fare la differenza, come hanno fatto una manciata di ragazzi e ragazze la cui età media è 16 anni riuscire a raggiungere tali risultati in soltanto un anno? Situazioni analoghe esistono in ogni parte del mondo, in milioni di ragazzi e ragazze impegnati nella lotta alla crisi climatica. Troppo spesso, però, l'attivismo non è accompagnato da un percorso emotivo collettivo e individuale che ci aiuti ad accettare le nuove emozioni che la crisi climatica ci mette davanti e che ci aiuti a gestirle e incanalarle. Per combattere questa crisi necessitiamo di coltivare coraggio, amore, speranza e compassione, ma facciamo fatica a trovarle nei luoghi tradizionali, con gli approcci tradizionali. Gli stessi luoghi e approcci che ci hanno portati a questa situazione. Vediamo dilagare la polarizzazione tra i negazionisti e i disperati, tra chi preferisce negare questa realtà e da chi se ne sente invece sopraffatto. In tutti e due i casi, questi atteggiamenti non ci portano a lavorare efficacemente per risolvere il problema. La crisi climatica non è solamente un problema esterno, è anche la rappresentazione di un'enorme crisi spirituale che l’umanità sta vivendo. Se vogliamo ricostruire una nuova società che possa assicurarci un futuro, il nostro lavoro individuale e collettivo non può tralasciare il grande impatto emotivo e interiore che la situazione attuale provoca in ognuno di noi.

Se vogliamo costruire una società, dal basso, che possa attuare un'azione efficace, dobbiamo rivederne l’approccio e la struttura stessa. Dobbiamo porre le basi di comunità che possano essere rigenerative e resilienti, dobbiamo rivedere completamente il nostro ruolo non solo come individui, ma come specie vivente. La crisi climatica pone una questione che è diventata ineludibile: la terra è una proprietà degli uomini o piuttosto gli uomini sono una proprietà della terra? O ancora meglio, è il concetto stesso di proprietà che va rimesso in discussione? E’ la nostra stessa visione antropocentrica che va messa in discussione se vogliamo passare ad un nuovo modello di società?

Come movimento crediamo che questo passi soprattutto dal nostro rapporto con la madre terra e con gli altri organismi viventi. Perché sembra che si parli di diritti degli esseri viventi, in particolare di diritti animali, solo finché è comodo e non va a destabilizzare lo status quo. Questo è il secondo tema che vorremmo intavolare oggi, altro argomento purtroppo trattato marginalmente nella maggior parte degli spazi. Il dibattito antispecista non può rimanere escluso dagli ambienti progressisti e ambientalisti, ma dovrebbe anzi partire da essi. Dove per antispecismo intendiamo lalotta allo specismo, ovvero all'attribuzione di uno status superiore agli esseri umani rispetto alle altre specie animali.

Nel mondo vengono uccisi a scopo alimentare circa 150 miliardi di animali ogni anno. (Cifra, peraltro, calcolata al ribasso, che include solo le uccisioni per scopo di nutrizione). Soltanto in Italia, ogni 60 secondi vengono macellati circa 1000 animali.

Sono dati impressionanti, che evidenziano il rapporto malsano che abbiamo instaurato con gli animali e che viola il diritto alla vita di ogni essere vivente e alla propria autodeterminazione. Un metodo per nutrici che non è essenziale, come dice ormai la scienza e gli studi, che dimostrano come una dieta 100% vegetale ben bilanciata non presenti problemi per la salute, ma addirittura riduca in molti casi il rischio di certe malattie e disturbi e aumenti la salute generale dell’individuo.

Ma questo sistema è dannoso sotto anche altri aspetti, a partire dall’inquinamento diretto. Ad esempio, soltanto le flatulenze degli animali d’allevamento comportano direttamente l’emissione di metano (Gas altamente più inquinante rispetto alla CO2) e sono responsabili del 30% delle emissioni globali di questo gas serra. Secondo i dati, se le mucche fossero una nazione, sarebbero al terzo posto per emissioni di gas serra dopo Cina e Stati Uniti.

Sorge inoltre un problema di inquinamento del suolo. Ad esempio, in Italia, sono allevati più di 8 milioni di maiali che ogni anno producono un'enorme quantità di deiezioni. in sintesi, è come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più: approssimativamente la popolazione di Lombardia, Sicilia, Emilia Romagna e Campania messe insieme. Queste deiezioni sono altamente inquinanti, perché ricche di azoto, fosforo e potassio, nonché di farmaci e antibiotici. E quando vengono disperse nei terreni circostanti o smaltite illegalmente, come spesso succede, possono inquinare il suolo e le fonti idriche, oltre che rappresentare un problema sanitario.

Problematica è la situazione anche a livello di risorse impiegate. Per produrre un solo hamburger di manzo, ad esempio, servono 29 metri quadrati di terra, 1541 litri d’acqua e vengono emessi 2,66 kg di CO2. Infatti la produzione di carne e latticini comporta l’utilizzo dell’83% dei terreni agricoli, nonché 1/3 dell’acqua destinata all’agricoltura. A causa del forte aumento di produzione e consumo, infatti, una quantità sempre maggiore di suolo è destinata a monoculture per mangimi animali. Il principale esempio citato di deforestazione, l'Amazzonia, secondo gli studi del

WWF è stata causata per l’80% dalla necessità di fare spazio agli allevamenti di bovini e al loro mangime e i recenti fuochi dell’Amazzonia sono in gran parte stati appiccati per questo motivo.

Questi dati ci mostrano come non solo un sistema produttivo basato su proteine animali sia tra le cause maggiori di deterioramento degli ecosistemi, deforestazione e occupazione di suolo, ma espone la questione della distribuzione ingiusta delle risorse a livello mondiale, della povertà e della fame nel mondo.Addirittura Jonathan Safran Foer, nel suo libro “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali”, ha raccolto diversi dati che dimostrerebbero che, se il raccolto agricolo destinato oggi agli allevamenti fosse distribuito equamente tra la popolazione mondiale, la fame nel mondo verrebbe quasi debellata.

Sono temi che meriterebbero una trattazione più estesa e un'esposizione ampia per renderne veramente giustizia, ma come movimento ritenavamo importante includerli nel quadro generale di questo congresso.

Perchè risolvere la crisi climatica non si traduce nel “semplice” ridurre le emissioni inquinanti. Risolvere la crisi climatica significa rivedere il nostro modello attuale di società.

Se quindi qualcuno mi chiedesse “Cosa posso fare come singolo individuo?” Gli risponderei: “Per prima cosa, smetti di essere un singolo individuo”

Non possiamo più pensare come se fossimo soli singoli individui, fare ciò ci ha portato sull’orlo del precipizio.

L’ interdipendenza tra gli organismi viventi, noi compresi, e la terra è evidente ormai. E’ questa stessa interdipendenza che ci permette di sopravvivere, che permette ad un’incredibile varietà di biodiversità di prosperare e alla nostra terra di esistere.

Ma senza riconoscere questo legame, non potremo realmente cambiare la situazione attuale e cambiare il nostro modello di sviluppo come società.

Noi non siamo nella natura, siamo la natura. Ignoriamo la realtà che la Terra non è solo la nostra casa, è la nostra madre. Prima ancora di essere trasformata in una risorsa, è la sorgente.

Come movimento riteniamo importante e fondamentale che questa visione si inoltri nei dibattiti e nelle realtà ambientaliste e progressiste e ci auguriamo che le nostre battaglie comuni possano inter-agire, comunicare tra loro e convergere in una lotta comune. Nessuna sfera dei diritti, minoranza, comunità e popolazione di organismi viventi può essere esclusa dalla battaglia per la giustizia ambientale, sociale ed economica.